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domenica 25 giugno 2017

PD DELENDVS EST (addendum)

Per completezza: a mio avviso ci sarebbe stato un altro partito da mandare sotto, per richiamarlo alla difesa dell'interesse nazionale. Non lo ho nominato, e non lo nomino, perché ha fatto tutto da solo. Anni di ambiguità e cattiva informazione sul tema hanno avuto le conseguenze che non potevano non avere, il che mi spiace (per loro). Tuttavia constato che quando si perde si comincia a ragionare, e quando la "distrazione di massa" si usura, come strategia, ecco che come per magia si riportano sul tavolo i temi veri.

Motivo di più per esortarvi a schiantare il PD.

sabato 24 giugno 2017

PD DELENDVS EST (dichiarazione di voto)

Mi ero ripromesso di non parlare di banche, avendolo fatto quando si sarebbe potuto evitare la catastrofe. Era il 30 giugno del 2013, quasi esattamente quattro anni fa, quando spiegavo a una lettrice, forse ancora fra noi, come avevo capito che la normativa sul bail in sarebbe senz'altro stata applicata in Italia: mi bastava, per capirlo, osservare la particolare strategia di comunicazione seguita dalla cosiddetta Europa, una strategia del tutto conforme a quello che avevo definito il metodo Juncker. Chi è qui da sufficiente tempo sa di cosa si tratta, chi non è qui da sufficiente tempo invece di farmi la solita lezioncina per dire a me e a voi cose che sappiamo, usi pure l'indice per cliccare sui link (l'ipertestualità il sale di Internet), perché poi alla fine mi secco anch'io, che sono tanto paziente.

Comunque, il QED arrivò il 12 dicembre dello stesso anno e venne commentato dal Sole 24 Ore il 13 dicembre dello stesso anno: accordo storico, diceva Saccomanni.

Saccomanni... chi era costui? Mi dicono che fosse quello della luce in fondo al tunnel, il ministro dell'Economia nel sessantaduesimo governo della Repubblica Italiana, quello di Enrico "stai sereno" Letta, del Partito Democratico.

E cosa diceva Enrico "stai sereno" dell'accordo sulla cosiddetta "Unione Bancaria"? Credo che tutti ricordino questo scambio di battute:

Ora è facile per tutti capire chi avesse ragione. Allora lo era per pochi, e quei pochi, guarda caso, sono finiti tutti nel comitato scientifico di a/simmetrie (cosa per la quale li ringrazio).

Veniamo al punto. Poco fa uno di voi mi ha scritto un DM al quale ho risposto così:


(...se potete non mandatemi DM, ma questo è un altro discorso. Nel mio tweet citato dall'amico commentavo un tweet in cui Aureliano Ferri diceva che invece di "unione" occorrerebbe separazione bancaria: parole sante, ma anche questo è un altro discorso...)

Allora: sui giornali di oggi state leggendo la prima pagina de Il tramonto dell'euro, come ha fatto notare poco fa su Twitter uno di voi. Vi parlo con l'autorevolezza che mi conferisce il poter documentare di aver visto venire esattamente questa crisi, e di aver tentato in tutti i modi di aprire un percorso di soluzione politica ad essa. Quel libro era stato scritto, come ricorderete, pensando di risvegliare a sinistra una coscienza sopita in anni di collusione con la prassi e la logica del capitalismo finanziario. La risposta è stata quella che sapete e che i fatti documentano. Non mi aspettavo certo che il PD di Enrico "stai sereno", e nemmeno quello di Fassina "chi?" (o di D'Attorre "dove?") diventasse sensibile agli interessi del paese (essendo messo lì a difendere quelli dei creditori esteri). Non mi aspettavo che questo succedesse nemmeno quando si fosse arrivati, come si è arrivati, a una catastrofe che rischia di travolgere tutto e tutti.

Mi sarei però aspettato che, se non gli scemi di Rifondazione, almeno altri politici progressisti, nonostante avessero lordato la loro coscienza con affermazioni infondate e grottesche (tipo: "Monti ha salvato l'Italia perché nel 2011 non c'erano i soldi per pagare gli stipendi..."), colti da una tardiva ma fattuale resipiscenza, si dessero da fare per diffondere il messaggio che, a loro dire, aveva aperto loro gli occhi. Non è stato così: di vergogna in vergogna, di fallimento in fallimento, di frantumazione in frantumazione, hanno reso la sinistra cosiddetta critica credibile un filo meno dell'Albertine di Proust, condannandola a una fine analoga: brutta.

Ora il PD di Napolitano (che ha messo al governo Letta), di Letta (che ha voluto l'Unione Bancaria), di Saccomanni (che non si è opposto sapendo benissimo a cosa si andava incontro) si presenta (con quale faccia?) alle elezioni amministrative in un certo numero di comuni. I dettagli non li so e non mi interessano. L'unica cosa che mi interessa farvi capire è che se desiderate mantenere un barlume di fiducia nel funzionamento della democrazia, domani dovete schiantare il PD, cioè l'artefice della più colossale e protratta distruzione del benessere dei cittadini italiani di tutta la storia dell'Italia unita. Il PD, che si è piegato ai diktat della Bce (come vi ho dettagliatamente spiegato qui), il PD, che per favorire i propri mandanti italiani (i soliti noti della grande finanza e della grande industria) si è fatto schermo della subalternità all'Europa, ripetendo il solito mantra secondo cui "le regole sono sbagliate ma dobbiamo rispettarle perché così diventiamo credibili". Sì, insomma, l'ala di destra di quelli che ho chiamato le SS, le sinistre subalterne.

Ma come "le regole sono sbagliate, ma le rispettiamo"!? Ma che discorso è da parte di governanti, di persone che hanno il dovere morale e politico di assicurare la prosperità di una nazione? Mica stiamo giocando a burraco! Adottare regole sbagliate, per un paese, significa indebolire il proprio tessuto produttivo e sociale, e diventare quindi ancora meno autorevoli, ancor più sprovvisti di potere negoziale. E questo durante quella che ormai si qualifica apertamente come un'aggressione economica senza precedenti, nella quale i nostri governanti, ai quali è stato negato di salvare con pochi soldi (peraltro non pubblici) le quattro banche nel 2015 (sarebbero bastati meno di quattro miliardi), si troveranno a dover gestire una situazione almeno dieci volte più onerosa.

Non vi ricorda qualcosa? A me ricorda quello che è stato fatto con la Grecia: tirare avanti, lasciando che la situazione si incancrenisse, evitando di risolvere un problema piccolo, e facendolo ingigantire, per condannare un paese gestito da una classe politica subalterna e collusa con gli interessi finanziari esteri a una schiavitù perenne.

Questa è la strada sulla quale il PD ci ha avviato.

E a fronte di questo pensate di regolarvi a simpatie?

Non è un problema di simpatie, cari amici: è semplicemente una questione di vita e di morte, come ora capiranno a loro spese i veneti fuuuuuurbi, ai quali con tanta amarezza mi rivolsi qui (e spero che qualcuno si sia messo in salvo).

Voglio essere molto chiaro. Qui, purtroppo, non si tratta di scegliere chi preferiamo. Il maggioritario, o le sue caricature, ci impediscono di farlo: l'unico voto che ci rimane è quello contro, e dobbiamo usarlo bene, pur sapendo che votando "contro" si possono risolvere problemi tattici, ma non raggiungere obiettivi strategici. D'altra parte, questo abbiamo. Mentre come paese potremmo, e anzi dovremmo, disobbedire a regole dalla dubbia legittimità, disattese da chi ci fa lezioncine, e certamente contrastanti con spirito e lettera della nostra Costituzione, come cittadini non possiamo e non dobbiamo sovvertire le regole che disciplinano l'esercizio dei nostri diritti politici.

Il dato è molto semplice: in questo momento governa il PD, ed è in questo momento che devono essere prese delle scelte molto dolorose, dal potenziale distruttivo elevato per il nostro paese. Peraltro, questa situazione durerà ancora per un bel po', verosimilmente tramite una bella alleanza coi nostri amici ortotteri. Avete un'unica (flebile) speranza tattica di costringere il PD a non tradire completamente i nostri interessi, a difendere in Europa il diritto garantito dall'art. 47 della Costituzione, ed è fargli capire che per il partito di Letta, del boia delle nostre banche (e dei loro risparmiatori) non c'è storia in questo paese.

Di cosa e di chi hanno paura è fin troppo chiaro.

A me, e credo anche a voi, è bastato constatare che di queste elezioni amministrative i loro media non hanno parlato. Le temevano, e i primi risultati ci fanno capire perché: perché sapevano che rischiavano di perderle. Devono perderle, e perderle male. L'occasione è preziosa: a febbraio arrivano le politiche (quando sarà possibile ringraziare questi traditori come meritano). Se li mandiamo a stendere a giugno, nel secondo semestre dell'anno eviteranno di aggredirci, nella speranza di non venire sbriciolati nel 2018. Schiantando il PD alle amministrative non comprate la certezza di un mondo migliore: semplicemente, mettete un argine alla tracotanza di chi si sente superiore a questo paese, in tale veste in diritto di spogliarlo per soddisfare gli appetiti altrui.

Sono anche un pochino stanco di ascoltare, da sinistra, la solita solfa: "Sai, devo dirti che quello lì mi ha convinto, che effettivamente l'euro... che in fondo l'immigrazione... io lo voterei, ma poi, cosa dico a mia moglie!?..." Gentile amico, quando a tua moglie metti le corna - perché gliele metti, lo so - come ti regoli? Non glielo dici. Bene: sappi che fa così anche lei (non chiedermi come faccio a saperlo):  regolati così anche ora che si tratta non di assicurarsi un piacere effimero (per quanto intenso), ma di evitare che il tuo futuro e quello dei nostri figli venga compromesso per sempre.

Sono grandemente aduggiato quando, sempre da sinistra, mi si propone la solfa del "eh, ma quelli non sono preparati...". Oh, la bella superiorità culturale "de sinistra", il primo dei miei miti che pochi mesi di militanza nel dibattito hanno mandato in frantumi! Lo avete visto il tweet sopra? Chi era quello culturalmente preparato? Il piddino Letta, o quello che poi sarebbe diventato il leghista Borghi? Siamo sicuri che a sinistra ci sia, o ci voglia essere, o ci possa essere, tutta questa preparazione? Siamo sicuri che chi nega l'esistenza di un problema, e quindi si rifiuta di studiarlo, sia più preparato a gestirlo di chi per lavoro doveva speculare sui problemi altrui (e ci faceva bei soldini)?

Sono anche molto stanchino di ascoltare, sempre da sinistra, l'altra solfa "eh, ma certe parole sono inaccettabili...". Allora, cari compagni: io per tre cazzo di anni, contrito e compunto, sono andato ad audiendum verbum da "ecce homo" (come lo chiama un mio fidato collaboratore), da quello che "i sordi pe pagà gli stipenni nun ce staveno più", e mi son dovuto sorbettare l'infinito rotolo delle giustificazioni più assurde e fantasiose del perché non fosse possibile dire, a sinistra, una parola chiara sul tema: perché se dici così, se ne va quello, se dici cosà, si storce quell'altro, e via dicendo... Ogni partito, ognuno, ha al suo interno una certa percentuale, più o meno ampia, più o meno rumorosa, di persone che non hanno capito, e spesso non hanno capito per gli stessi motivi per i quali molti di voi non avevano capito. Meno complottismo e più umiltà. E in ogni partito qualcuno dice cose "inaccettabili" per qualcun altro allo scopo di tener buona questa maggioranza (o minoranza) silenziosa (o rumorosa). Il punto, per me, è molto semplice: se da una parte mi si è potuto chiedere di compatire e accettare le sparate di Bersani, che "crede che le liberalizzazioni siano di sinistra", sulla base del fatto che "è tanto onesto" (leggi: porta voti), e che "i processi politici sono lunghi", e che "i nostri non sono ancora pronti", ecc. allora non vedo perché dall'altra parte dovrei trovare inaccettabili sparate ugualmente incompatibili coi miei valori. Insomma: ogni partito ha i suoi mali di pancia, la sua necessità di traghettare vecchi catorci verso i nuovi assetti politici senza perdere troppi bacini di consenso. E, attenzione, la situazione non è completamente simmetrica, perché Bersani le "lenzuolate" (come le chiama lui) le ha fatte sul serio. Dall'altra parte, invece, se andate a vedere, certe frasi sono pura invenzione dei media (che sanno perché e per chi inventano le loro fake news).

Dopo di che, ci sono anche sparate delle quali sinceramente non si sentirebbe la mancanza. Quando chi consiglia di farle rinsavirà, i risultati si vedranno, anche perché la situazione oggi è esattamente quella dipinta da Federico Nero: "La sinistra accusa la destra di fare la destra perché non può accusare se stessa di non fare la sinistra". Non mi sembra molto intelligente, da parte di una certa destra, dare a una certa sinistra l'unico argomento che questa usa. Non dandoglielo, la si eliminerebbe dal dibattito.

Io posso testimoniare di aver lottato per anni affinché la sinistra evadesse dalla gabbia concettuale che si era costruita. Sto continuando. Continuo, in particolare, a credere che il nostro paese possa emanciparsi compiutamente dal progetto imperialistico tedesco solo se al potere andasse una forza politica progressista, veramente decisa ad attuare il primo articolo della Costituzione (stiamo quindi escludendo quei quattro pagliacci voltagabbana che attualmente cercano di occupare questa nicchia di mercato).

Ma questo non è il tema di oggi.

Il tema di oggi è mandare sotto il PD nei ballottaggi, in qualunque luogo, con qualunque mezzo, a qualunque costo: PD DELENDVS EST.

Fargli molto, ma molto male, è l'unico modo che abbiamo per evitare che loro continuino a farne a noi. I partiti della sinistra "de sinistra", essendo un simpatico vivaio di poracci, credo che ai ballottaggi non ci siano andati, e comunque non nelle realtà importanti. Lasciamoli convergere a zero, e cerchiamo di risolvere i nostri problemi con gli strumenti che abbiamo a disposizione, un passo dopo l'altro.

Mi affligge dovervi dire cose così semplici. Da una parte, mi sembra di insultare la vostra intelligenza. Dall'altra, mi costringe a confrontarmi con i miei dubbi. Ne ho tanti, e non posso discuterli tutti con voi. Ma di una cosa sono sicuro: una forte sconfitta del PD (e una affermazione del partito che sull'euro ha informato e parlato chiaro) avrebbe un valore progressivo, nell'attuale situazioni in cui i Poveri Deficienti pensano che la vittoria di Macron abbia risolto tutti i problemi (in particolare, quelli francesi, che Hollande ha lasciato come erano...).

Mandate sotto il PD, o rassegnatevi.

Voi: perché io non mi rassegno.

A domani.

giovedì 22 giugno 2017

Roma-Bruxelles-Roma

(...fischia! Me ne ero dimenticato uno, quello imminente... Meno male che la mia assistente, che è la mia assistente, di io me, di io stesso mestessissimo me, e non la vostra - quindi non gli dovete chiedervi di accreditarvi, non deve farlo nessuno, perché gli indirizzi per farlo sono nelle locandine e su Internet e a/simmetrie non è un call center - me lo ha ricordato, a io, a io me stesso, al legittimo centro del mio fottuto mondo, di cui voi siete la periferia, come io lo sono del vostro, e me ne faccio una ragione con relativa scioltezza...)

(...just so you know: sto andando a Pescara per il Consiglio di Dipartimento. Poi rimbalzo a Rona, da cui parto subito dopo aver parlato perché sono convocato nel bunker di Musica Perduta. Un consiglio disinteressato: non mettetevi sulla mia traiettoria...)









(...non è colpa mia se sono un animale territoriale - vedi alla voce: io non sono la vostra segretaria e la mia assistente è l'assistente di io me. Il nazzionalismo non c'entra niente. Sono il primo di tre figli maschi, il che significa, in buona sostanza, che al tempo t=0 mi sono trovato con due tette a disposizione, e al tempo t+5 me ne erano rimaste solo due terzi. Ora, considerando che due sono sei terzi, capite bene che io la deflazzzzione l'ho vissuta sulla mia pelle, da piccolo. Due cialtroncelli che frughicchiavano fra le mie cose, possibilmente rovinandole e comunque contaminandole, che mi svuotavano il frigo... Eh, io, che già sono tedesco dentro - perché sono Gonzalo dentro: tre di voi sanno a che pagina penso: l'indugiare sull'uscio, quanto, quanto mi infastidisce... - ho immediatamente dato una dimensione estremistica al concetto di Lebensraum. Da qui, una serie di miei orrendi difetti. Esempio: se ti trovo seduto alla mia scrivania, ti posso volere bene, e ti posso anche sorridere, ma nella mia anagrafe sei registrato come "Deceduto il giorno in cui si è seduto alla mia scrivania". E io mi sarò anche crocefisso da solo a questa battaglia quixotic (che non è una parola azteca, anche se ricorda Quetzalcoatl: ha più a che fare con i mulini a vento che con le piramidi a gradoni), ma non pertanto ho acquisito il potere di resuscitare i morti. Non è personale: è ancestrale. La deflazione della tetta, inutile girarci intorno, ti forma il carattere, come quella dei salari deforma il carattere della nazione...)

Ambasciatore porta (tanta) pena

Avvertite anche voi un senso di smarrimento, di vuoto? Siete anche voi oppressi da un'angoscia indefinibile, che non sapete a cosa attribuire? Vi opprime, lancinante, la subitanea appercezione del non senso di questa nostra esistenza travagliata e fragile, della precarietà che insiste su di noi, tre volte periferici: alla periferia dell'Europa (per colpa vostra; #fateskifen), del Sistema solare (per colpa di Copernico), e della Galassia (qui non saprei dirvi di chi è la colpa, perché non mi ricordo chi se ne sia accorto...)? Vi siete sorpresi a ripetere fra voi, senza particolare motivo, questi versi immortali:

O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
È diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D'alcun dolor: beata
Se te d'ogni dolor morte risana.

quegli stessi versi che io e il neoborbonico recitiamo a mo' di giaculatoria ogniqualvolta Natura matrigna Inc. (sponsor di Musica perduta) allieta le maggesi odorose con una bella adacquata, di quelle che solo lei sa dispensare, e regolarmente dispensa quando c'è da scaricare il clavicembalo e trasportarlo per trenta metri all'aperto, fino alla porta (sprangata) della sala da concerto?

No, non credo che sia stata la peperonata di vostra suocera (anche se...).

Il motivo di tanto ennui sospetto sia un altro, questo:


Ci ha lasciato (dice lui, perché l'account è sempre lì...) un uomo al quale saremmo stati degni di legare insieme i lacci dei calzari: il "goodwill ambassador" dell'UNHCR, l'artista, e figlio di artista (una catena di affetti e di talenti...).

Le motivazioni?

Bè, diciamo che si dividono in due: le sue, e quelle vere.

Per le sue, vi rinvio alla mielosa apologia nella quale il nostro caro amico si dipinge quale uomo di mondo animato da tanta buona volontà, e per questa ingiustamente vilipeso da una torma di dissennati e primitivi teppisti (voi). Se vi interessa, Google sarà il vostro pastore (e io - o la mia assistente - non siamo la vostra segretaria): quaerendo invenietis.

In verità (come esordisce sempre Uga) credo che l'apologia gliel'abbia scritta qualcuno (e non credo fosse Platone), perché la cosa si era fatta un tantinello delicata.

Come mai?

Perché animato dalla sacra presunzione di potersi permettere qualsiasi cosa, inquantonato dalla parte giusta dell'universo (quella sbagliata essendo quella di tutti gli altri), il nostro amico aveva espresso valutazioni lievemente discutibili, se non altro in termini di opportunità, perché squadernavano all'universo mondo la sua (infondata) certezza dell'altrui inferiorità, come ci aveva fatto notare l'avatar più sexy del web (anche se personalmente non bacerei mai un portacenere: l'ho fatto una volta a 17 anni ma poi ho smesso...):


Ora, io non so se l'ambasciatore fosse effettivamente "pagato". Credo di no, ma se così fosse sarei veramente l'ultimo a scandalizzarmi. In un tempo in cui il capitale vede come unica soluzione dei suoi problemi quella di prendersi tutto, non pagando il lavoro, figuratevi se mi spiace che una persona, per quanto possa non averne bisogno (che poi, chi siamo noi per giudicare i bisogni di un ottimate?) pretenda un giusto guiderdone? Quindi il problema non è l'esser "pagato", notazione poco elegante (in effetti io Cristina regolarmente la blocco proprio per questa sua rusticità, meno sexy dell'avatar).

Viceversa, sul fatto che andar fuori di melone quando si occupa una posizione apicale, in particolare quando si è responsabili dell'immagine di un organismo che per sua vocazione dovrebbe rivolgersi all'umanità intera, e in particolare di quella più vilipesa e sofferente, sul fatto che questo sia un grave e preoccupante errore, ecco: su questo, purtroppo, Cristina proprio non posso bloccarla. Fra l'altro, non è mica la prima volta che un figlio (nel caso in specie, figlia) d'arte abbia messo l'arte da parte per delirare sui social...

Credo che Platone abbia affrontato questo tema ne La Repubblica, appunto (non ditemi come faccio a ricordarmelo: sono noto per essere uno che non sa di cosa parla, ma fa finta di saperlo con grande dignità...).

Comunque, siccome sono anche uno che i problemi cerca di risolverli, mi ero permesso quanto meno di indicare a chi di dovere la potenziale criticità, essendo io, per vocazione e per professione, un praticante del constructive criticism:


La soluzione, poi, è arrivata spintaneamente da sé, come avete visto (questo mi ricorda il caso di un altro focoso assertore delle proprie ragioni, dipendente di un noto paradiso fiscale).

Se non fossi stato io (il più lurido dei pronomi) a formulare la prima legge della termodidattica (ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate), se pensassi di non perdere tempo nel rivolgermi a una persona che gira con la verità in tasca e si sente in dovere di usarla come una clava, meglio, come il gladio infuocato dell'arcangelo Michele, farei notare al sanguigno difensore della vedova e dell'orfano che l'umanità è ovunque: perfino in lui (e sì che questo richiede uno sforzo di immaginazione)! Certo, è in chi, scacciato dalle bombe statunitensi, francesi, inglesi, presto tedesche, ecc., ha visto distrutta in un istante un'esistenza, e cerca rifugio. Ma è anche in chi questo rifugio lo ha perso, o teme di perderlo, per altri motivi, solo apparentemente meno violenti.

Io non credo che l'uomo rifiuti soccorso all'uomo, se non sotto la costrizione di una qualche forma di violenza. Non credo che sia sempre razzismo chiedersi cosa dividere con chi non ha nulla, quando ogni giorno si ha di meno, e il nulla è all'orizzonte: potrebbe anche essere pragmatismo. Se in tutta questa storia, che ho seguito con l'attenzione che meritava (quasi nulla), dovessi individuare uno che si sentiva migliore degli altri, e in quanto tale in diritto, anzi, in dovere di vilipenderne le paure, i dubbi, le angosce, insomma: l'umanità!, bè, credo che saprei chi designare per questo spiacevole ruolo.

E forse lo sapete anche voi.

Comunque, non è del tutto un male che le agenzie della Nazioni Unite si siano lasciate andare, se non altro tollerandola troppo a lungo, in questo come in altri casi (che non ho avuto il tempo di sviscerare, anche se mi sarebbe piaciuto tanto), a una comunicazione intimidatoria, aggressiva, arrogante e soprattutto sciatta. La loro è stata l'arroganza del loro padrone di casa (gli Usa), ed ha contribuito a fare chiarezza. Ci ha ricordato che questa agenzie nascono per gestire il progetto imperiale americano, la pax americana. Dove sono state messe seriamente alla prova (in Ruanda, a Srebrenica,...) hanno fallito, a un punto tale che forse solo l'appartenenza a una certa banca che doveva vigilare e non l'ha fatto (e ora passa il tempo sui social a farsi i complimenti da sola) può essere considerata un più avvilente marchio se non di infamia, quanto meno di inettitudine. Va anche detto che nei tragici scenari che vi ho ricordato i morti sono stati molti di più. Tuttavia, questa storia dell'aritmetica della morte non mi convincerà mai molto: almeno, non fino a quando saremo riusciti a capire quanto valga una vita umana. Fino a quel momento, il suo valore è infinito, con tutti i paradossi che ne conseguono, e dopo quel momento non è detto che il mondo sarebbe un posto migliore: non sarà per caso che lo starets Zosima si inginocchia di fronte a Dimitri, no?

Con la scomparsa dai social dell'ambasciatore che portava tanta pena, invece, mi sento di poterlo dire: il mondo è migliorato. Lui ha emesso un segnale chiaro (l'arroganza dei potenti, a vari livelli: da quella della superpotenza che vince una guerra mondiale e giustamente poi si regola come crede, mostrando - ovviamente - il volto buono, fino all'arrivo del testimonial sbagliato, a quella di chi è nato dalla parte giusta), ma poi anche tanto rumore. Dell'averci dato il primo gli siamo grati, anche se non era sua intenzione farlo. Dell'aver intermesso, speriamo definitivamente, il secondo, pure, anche se il gesto certamente non è stato spontaneo.

Agli amici delle Nazioni Unite (qualcuno che fa qualcosa di buono ci sarà, come ovunque: da Casapound a Rifondazione...) va la mia solidarietà: a differenza che in Ruanda, o in Jugoslavia, questa volta le vittime sono state loro. E di fronte a una vittima, un homo non si chiede se se la sia cercata: prima esprime solidarietà. I conti si fanno dopo, possibilmente alla fine, ed è inutile infierire con chi, dopo aver fatto la cosa sbagliata, ha verosimilmente corretto il tiro.

Ora, sgombrato il campo dai guappi di cartone, vorremmo che gli amici dell'UNHCR ci dicessero una cosa. La loro missione, mi sembra di capire (io, si sa, vengo dalla provincia) è occuparsi dei rifugiati.

Bene.

Siamo d'accordo che se qualcuno (non mi interessa chi, il mio è un discorso puramente ipotetico: io, loro, un altro?), se qualcuno, dicevo, inducesse i rifugiati dei quali loro si occupano ad affrontare un viaggio pericoloso, ad esempio ad attraversare un mare non sempre tranquillo su imbarcazioni di fortuna, farebbe un'opera non esattamente conforme allo spirito di questa missione?

La risposta può essere un sì, un no, o anche, come certamente sarà, un eloquente silenzio. In ogni caso, temiamo che molti, dopo il capolavoro di comunicazione qui attestato, la troverebbero superflua.

D'altra parte, Oscar Wilde vi aveva avvertito: "Ignorance is like a delicate exotic fruit; touch it and the bloom is gone". Il fiore della nostra ignoranza su cosa siano le organizzazioni non governative e su come agiscano le agenzie delle Nazioni Unite è stato un pochino più che toccato. Diciamo che è stato preso a randellate (dall'ambasciatore), dopo esser stato calpestato da un altro social media manager che ricorderete, e che un certo giornale acclamò "eroe".

Now the bloom is gone.

E un exotic fruit senza bloom ho proprio timore che non se lo compri nessuno.

Per restare nei paraggi di Wilde, anch'io sono come Keynes... no, non nel senso che sono come Wilde (magari!): nel senso che I am a liberal. Quindi il mercato è sempre e comunque il mio pastore.

Ma a voi che importa? Vi finanziano gli stati, cioè noi con le nostre tasse, quindi, siamo pur franchi: il rischio che correte insultandoci è minimo.

Ciò rende tanto più apprezzabile, perché dettato da disinteressata eleganza, e non da motivi venali, il consiglio affettuoso e fraterno dato a quel brandello di umanità che, in tutta evidenza, ne aveva tanto bisogno.

E a noi piace ricordarlo così...

mercoledì 21 giugno 2017

Prossimamente (Parlamenti)





(...gentile utente: se stai leggendo questo post, vuol dire che sei su Internet, che hai degli occhi, e forse anche delle mani col pollice opponibile. Quindi per tutto il resto - accrediti, orari, logistica - c'è Google - per il quale ti bastano gli indici. Sappi che questo è per te un gioco a somma negativa, perché se vieni mi fai un favore, ma se non vieni me ne fai due, e se usi me come se fossi la tua segretaria mi dai un fastidio, ma se usi lo staff come fosse la tua segretaria me ne dai due. Chiaro così? Bene, non c'è risposta che non sia sussunta dalla prima legge della termodidattica. Dopo di che, posso solo dirti che, se sei qui, il tema di questi incontri lo conosci già. Il resto è solo scambio di germi e sebo. Cosa della quale, pur essendo vaccinato, faccio anche a meno...)

(...questo post è offerto dal Comitato Nazionale per un Uso Autonomo e Responsabile della Rete...)

(...p.s.: ovviamente non stavo parlando con te! Come spiega bene il Pedante, il problema sono sempre #glialtri, no!?...)
























































































































































(...No.)

lunedì 19 giugno 2017

a/simmetrie non è un pranzo di gala.

Alle 16:45, uscendo dall'ufficio della segretaria amministrativa del Dipartimento (anche se in questo caso credo che la terza carica dello Stato troverebbe sessista l'uso del genere femminile), sento dietro di me Federico che con la sua intonazione tanto tagliente quanto anodina butta là una serena e rassegnata constatazione: "Come lunedì non c'è male...". Scoppio in una risata liberatoria. Stiamo lavorando per voi, ma possiamo smettere quando vogliamo...


(...dedicato a quelli che: "dovresti riposarti, dovresti fare sport, sai che il tuo ritmo di vita è malsano..." ecc. Ma li volete passare 5 minuti accanto a me? Così poi mi dite cosa avrei potuto rimandare delle cinque cose che ho fatto.  Sono proprio curioso...)

domenica 18 giugno 2017

QED 76: Euro e democrazia (Macron)

...scusate: vi ho detto che non avevo altro da aggiungere, ma non era vero. Avrei da dire una cosa che in realtà non aggiunge nulla di sostanziale alle nostre conoscenze (è l'ennesimo punto allineato lungo la solita retta, del quale potremmo fare anche a meno: a molti di voi saranno bastati i primi due!), ma ha il pregio di legare in modo elegante i due ultimi post ricordandoci che l'eurismo non è solo incoerente (cioè incompatibile con la logica): è anche incompatibile con la democrazia.

In effetti, molti di voi hanno notato la sbalorditiva sicumera con la quale il professor Guerrieri si attende una palingenesi dell'Europa (cioè, ricordiamolo ogni tanto: dell'Unione Europea) dal giovine Macron. Apro e chiudo una parentesi per esortarvi ad essere meno urticanti, ma tant'è: chi intraprende un certo percorso deve avere o farsi una scorza dura, come è dura la testa dei fatti.

Ora, i fatti che Macron deve prendere in considerazione noi li avevamo squadernati in questo post: un compitino nel quale siamo andati a verificare se Hollande avesse mantenuto le promesse che nel decimo QED avevamo detto non avrebbe mantenuto. Ovviamente Hollande ha fallito, e la logica dell'unione monetaria, come ormai nessuno, nemmeno i più farisaici fra gli euristi, rinnega, implica che il suo successore dovrà tagliare salari. Basta andare a rileggersi il principe dei nuovi farisei, De Grauwe, nel dibattito sul Sole 24 Ore. Il passo chiave è questo:


De Grauwe dice che è essenziale che in una unione monetaria un paese che perde competitività attui una svalutazione interna: Grecia, Irlanda e Spagna sono state brave e lo hanno fatto, noi no. E cosa sarebbe la svalutazione interna? "Politiche finalizzate a ridurre i salari". Perché anch'io (come Platone) non credo nella democrazia - ma non ci giro intorno col dialogo? (A beneficio delle maestrine con la penna nera, chiarisco che lui non credeva nella sua e io non credo nella mia, come dovrebbe essere sufficientemente ovvio). Ma è semplice. Perché le parole di De Grauwe a voi, che siete qui da tempo, possono sembrare banali: voi infatti sapete grazie a me che questo è materiale standard dei manuali di macro. Tuttavia, in un paese conforme al modello teorico di democrazia che ci viene raccontato, il fatto che il principale quotidiano economico nazionale pubblichi (senza renderne conto) qualcosa che suona come: "siete in un sistema nel quale per sopravvivere dovete accettare di impoverirvi, e siete peggio di greci e spagnoli che ci sono riusciti meglio di voi", dovrebbe suscitare una rivolta! Queste parole dovrebbero essere dirompenti, dopo che per anni ci è stato detto il contrario (cioè che l'euro ci avrebbe reso prosperi, e che la rigidità del cambio era una opportunità e non richiedeva sacrifici).

Invece niente.

Questo, naturalmente, può dipendere da un fatto molto più banale: la gente si rivolterebbe, se leggesse quelle parole, che però non legge perché... il quotidiano in questione ha perso lettori dicendole, come dire, un po' fuori tempo massimo! Gli auguriamo ogni bene, ma il punto resta.

Perché dico che De Grauwe è farisaico? Ma perché non gli passa nemmeno per l'anticamera del cervello di notare che l'Italia ha rispettato scrupolosamente le regole europee ed è ora in surplus di partite correnti, mentre la Francia no. Questo significa che la svalutazione interna, cioè le "politiche finalizzate a ridurre i salari", ora toccano a lei, e le toccano sia se la sua classe dirigente è collaborazionista (Macron come Pétain), sia se è vittima della propria sicumera che già in passato le ha dato l'illusione di poter controllare il capitalismo tedesco (Macron come Mitterrand). Non importa cosa soggettivamente pensi il fantoccio che la guida: la Francia è su quel binario.

Ora, come anche sapete, la Francia è un paese lacerato da mille altre tensioni: eredita dal passato coloniale una serie di paesi satellite fornitori di materie prime, ma anche di problemi di integrazione e quindi di malcontento sociale diffuso che puntualmente saltano fuori. Fare "svalutazione interna" in Francia è come fare un barbecue in una polveriera: cosa può andare storto? Ma il professor Guerrieri ha fiducia, e lui è uomo d'onore (e noi siamo qui per seppellire Macron, non per lodarlo, e lo abbiamo già fatto...).

La bottom line (come dicono quelli fichi) resta la solita: quello che il fariseo non capisce (o finge di non capire: altrimenti, che fariseo sarebbe!?) è che purtroppissimo i salari da ridurre sono il reddito della maggioranza, che non ha alcunissima intenzione di farseli ridurre, dal che consegue che in democrazia puoi fare svalutazione interna solo sospendendo i diritti civili e a lungo andare anche quelli politici (che per lo più si autosospendono con l'astensione) dei cittadini.

Against this backdrop (come dicono quelli fichi) qualche giorno fa mi sono imbattuto su Twitter in un tweet veramente efficace, questo:


Non ho idea di chi sia questo signore né se i numeri che dava fossero esattissimi, ma le cose stavano (e stanno, perché oggi c'è il secondo turno) andando più o meno così. Tuttavia, anche se magari il suo autore è un piddino che non capirà mai cosa c'entrino certe dinamiche politiche da lui tanto icasticamente stigmatizzate con certe dinamiche economiche (la necessità di evitare che i poveri difendano i propri interessi), il tweet mi era piaciuto così tanto che lo avevo rilanciato così il giorno dopo:


riprendendo un concetto espresso in tante tristi circostanze. Ora, non sapevo che Macron aveva già pensato a quello cui non si poteva non pensare. Le Monde del giorno successivo infatti ci spiegava che "la futura legge antiterrorismo rispetterà lo stato di diritto". Eh già! Perché il 7 giugno il governo aveva presentato un disegno di legge che de facto isttuzionalizza lo stato di emergenza.

Il QED era già arrivato (a mia insaputa)! 

A cosa serva lo stato di emergenza lo si era visto lo scorso anno (magari voi no, ma io con la Francia ho una certa consuetudine per lavoro): a impedire di manifestare contro la riforma del mercato del lavoro. Certo, anche in Francia (come in Italia) c'è una Corte Costituzionale che, un anno dopo (perché la Corte Costituzionale, un po' ovunque, tranne che in Germania, arriva dopo) fa sapere che in effetti non è proprio correttissimo l'uso dello stato di emergenza contro i diritti dei lavoratori.

Ma le Corti Costituzionali, a buon bisogno, si possono anche imbavagliare. E questo il professor Guerrieri lo sa bene, visto che lui è il secondo firmatario del Ddl S 1952 "Modifiche alla legge 11 marzo 1953, n. 87, e alla legge 31 dicembre 2009, n. 196, in materia di istruttoria e trasparenza dei giudizi di legittimità costituzionale" (il fascicolo è qui), il cui scopo, come illustra Vladimiro Giacché alle pagine 72 e seguenti del suo testo Costituzione italiana contro trattati europei, è sostanzialmente quello di permettere al governo di applicare à sa façon (cioè di non applicare) sentenze della corte costituzionale, laddove l'Ufficio Parlamentare di Bilancio (che è un posto in cui lavorano economisti convinti che il moltiplicatore sia 0.4!) faccia una sua relazione, beninteso tecnica e indipendente (ma senza peer review perché nessuna rivista pubblica più roba simile!) affermando che la sentenza della suprema Corte viola l'art. 81!

Non ci credete? Ma io vi ho dato il fascicolo: leggete Giacché, o leggete il fascicolo, dove troverete che:


Come dite? Il disegno è abortito? Meno male. Resta il fatto, rilevato da Giacché, che la Corte Costituzionale, intimorita da questo tentativo di imbavagliarla, se con la sentenza 70/2015 di aprile aveva smantellato retroattivamente alcuni pezzi della riforma Fornero, quando poi si è trattato di pronunciarsi sulla legittimità del blocco dei contratti del pubblico impiego, a pochi giorni dalla presentazione del disegno di legge (avvenuta il 9 giugno 2015) ha preferito, chissà perché (certo non perché era il 24 giugno 2015!) non parlare di retroattività.

Ora, io su questa storia sono in conflitto di interessi (e anche il professor Guerrieri, ma solo in quanto docente universitario: solo che ora è senatore...), quindi può essere che abbia preso un po' d'aceto. Luciano Barra Caracciolo ha dedicato al tema ampie riflessioni, chiarendoci che sentenze simili o sono retroattive, o non sono, perché se chi governa sa di poterti danneggiare economicamente... pardon: di poter rispettare il sacro principio (dis)economico del pareggio di bilancio, e poi tanto alla fine "abbiamo scherzato" e lui i tuoi soldi se li tiene invece di ridarteli, è chiaro che farà sempre così, e che noi passeremo una vita a invocare sentenze perennemente tardive, vedendo le nostre vite slittare verso l'indigenza.

Quindi, ricapitolando: alle Corti Costituzionali si arriva a un'età in cui abbonda la saggezza, ma difetta il coraggio. In Francia la Corte costituzionale ha manifestato opposizione all'uso fatto dello stato di emergenza (determinato dai noti fatti terroristici) per reprimere il dissenso dei lavoratori (determinato dai noti fatti economici). Ora starà a Macron minacciarla, e vedremo come reagirà. Chissà: forse la fiducia del professor Guerrieri nel fatto che Macron riuscirà a abbassare i salari in casa propria (perché questo è quello che deve fare: per favore, non prendiamoci in giro con la fanfaluca secondo cui lui sarebbe tanto smanioso di incrementare gli investimenti a casa altrui!), forse questa fiducia deriva dal fatto che quando lui è corso in sostegno del suo governo, la Corte Costituzionale ha fatto un passo indietro, e i cittadini sono stati buoni, perché abbindolati da sindacati collaborativi, e perché non leggono la migliore stampa economica.

Forse lui sa qualcosa che noi non sappiamo: e in effetti mi ha detto che sarò stupito, e che si vedrà entro febbraio se l'Europa dirà di no a Macron. Il termine lo ha posto lui: sono solo pochi mesi.

Ora vi lascio, che questa sera devo fare un barbecue: non in una polveriera, come Macron, ma in terrazzo. In ogni caso, serve combustibile (e quello, come avrete capito, in Francia non manca)...


Il moralismo del mainstream

Qualche sera fa, dopo un piacevole incontro con alcuni soci romani (piacevole per me, per loro non ne ho idea...) me ne sono andato col nostro tesoriere a sentire il saggio di viola da gamba di Roberta in una chiesa che vi sfido a riconoscere... ma siccome sono buono, vi do subito l'indizio risolutore (la pala d'altare). Chissà quanti di quelli che fra voi vogliono brandire uno spadone a due mani per contrastare l'invasione (?) riconosceranno il santo effigiato?



Mentre si andava, Paolo mi raccontava come mi aveva conosciuto: leggendo Le aporie del più Europa su Micromega. Da lì era arrivato al blog. Poi aveva organizzato un incontro a Milano, con grande competenza, e il resto lo sapete (siamo rimasti in contatto, quando ho deciso di creare a/simmetrie l'ho incaricato di studiare il da farsi, ecc.).

Il suo racconto promuoveva in me diverse riflessioni.

La famiglia sta crescendo, come forse vedrete. Abbiamo superato quota 4000 lettori fissi, e stiamo per superare quota 40000 follower su Twitter. Questi ultimi contano abbastanza poco: credo che almeno un terzo siano bot, e ho dato loro appuntamento al 23 agosto, quando provvederò a spidocchiare la lista (cercate di non andarci di mezzo). In ogni caso, Twitter è una fogna e una perdita di tempo: credo che lascerò perdere, tanto le notizie venite comunque a darmele qui, dove la clientela è più selezionata. Ma la riflessione che facevo era diversa: mi stupisce vedere come il messaggio continui a diffondersi, e mi rallegra ogni volta che qualcuno scrive "sono arrivato qui x mesi fa" (con x<60). Mi stupisce perché, oggettivamente, questo blog non è di facile approccio. Non è un posto per turisti né per i temi trattati, né per il modo in cui vengono trattati, né per il modo in cui la discussione viene gestita.

Eppure continuiamo a crescere.

Ovviamente sarebbe importante sapere da ognuno di voi cosa vi ha portato qui. La mia sensazione è che sia importante evitare il tipico errore "de sinistra". Ricordate Eurodelitto ed eurocastigo? Cosa mi dice il simpatico agente della polizia politica, quando lo incontro dopo il dibattito? "I nostri non sono ancora pronti". Ecco: l'errore della sinistra "de sinistra" (ma anche della destra "de destra", onestamente) è quello di voler parlare "ai nostri". A sinistra, dato che ci si basa sulla presunzione di parlare ai povery, e che grazie alle politiche implementate dalla sinistra questi sono aumentati, la cosa avrebbe anche un senso, in linea puramente teorica! Certo, se fai il politico, come Serendippo amabilmente continua a ricordarci, non importa che tu sia un cialtrone, che tu menta sapendo o non sapendo di mentire, che tu prometta sapendo che non manterrai: contano i numeri.

O no?

Secondo me no, nel senso di "non solo". Conta un po' anche come li ottieni, questi numeri. Tuttavia questa discussione è puramente accademica (e infatti non di etica voglio parlarvi, ma di moralismo). Lo è perché nonostante le torsioni autoritarie che si cercherà di imporre alla legge elettorale, per realizzare un miracolo alla francese (governare con la maggioranza assoluta avendo ricevuto l'investitura da meno di un quinto della popolazione), qui da noi alla fine è probabile che la maggioranza non l'avrà nessuno, e si assisterà al paradosso di partiti che hanno cercato di raccogliere voti dichiarando che non si sarebbero alleati con nessuno, ma che per non buttare quei voti al cesso dovranno allearsi con qualcuno (e voi sapete che io vedo un asse PD-5* come non improbabile). Ora, il punto è semplice: se nessuno ha la maggioranza, parlare "ai nostri" non basta! Bisogna parlare anche "ai loro", cioè agli altri.

In un momento in cui gli interessi di tutti (dei nostri, dei vostri e dei loro) sono conclulcati da un progetto esterno alla nostra comunità nazionale, questo non dovrebbe essere difficilissimo. Eppure è impossibile, per i politici, che sono più risk averse delle nostre care nonnine: chi lascia la via vecchia per la nuova...

In ogni caso, dal racconto di Paolo capivo che il dialogo, del quale ho la stima che ho espresso nel post precedente e che rinuncio a tradurre in metafora, se ha un valore gnoseologico nullo, tuttavia un suo valore epistemico ce l'ha: muoversi in contesti inutili è una strategia tatticamente utile perché qualcuno a casa lo si riporta sempre. Non so se ricordate il contesto del 2012. Era un contesto in cui, tanto per esser chiari, Sergio mi diceva "Alberto, non puoi dire che l'euro è fascista, non puoi comportarti come Donald!" (ora lo dice lui), e io pensavo "Certo che questi sono proprio nati collaborazionisti!" (ora credo lo pensi lui - di altri). Le cose in cinque anni sono cambiate, e io ho rivisto le mie valutazioni, ma se allora avessi ritenuto di essere "integerrimo" e di non collaborare col nemico (che tale era ed è chi non aveva o non ha ancora compiutamente compreso in che guai siamo), semplicemente non avrei scritto per Sergio e non avrei conosciuto Paolo.

Così, occasioni come Pordenone, o l'almanacco di MicroMega (dove mi è stato contrapposto a mia insaputa come antitesi un ex funzionario di Banca d'Italia - in ovvio ed evidente conflitto di interessi e in overflow di luoghi comuni - e come sintesi un economista ignoto ai repertori internazionali della ricerca scientifica), se da un lato possono sembrare limitanti o controproducenti (perché in effetti esiste il rischio di nobilitare avversari privi di competenze specifiche o di dignità scientifica), d'altra parte, secondo me, un paio di volte all'anno vanno fatte. Se la differenza esiste (ed esiste a tutti i livelli: scientifico, politico e letterario) la si vede comunque, e il mio problema non è mai convincere chi non la vede: uno così è perso in ogni caso, e se lo si acquistasse non si saprebbe cosa fargli fare. Il mio problema è offrire agli altri, a chi sente che certe parole suonano false, l'opportunità di ritrovare fiducia nell'intelletto umano e nella sua capacità di ordinare i fatti in modo coerente.

Unire i puntini, insomma: quella sensazione tanto liberatoria, che vi ha trattenuto qui.

Resta poi il problema di come aiutare chi arriva qui a inserirsi, considerando che in questo blog è stato detto praticamente tutto quello che c'era da dire, molto grazie a voi, ma in un modo magmatico e sconnesso che deve in qualche modo essere sistematizzato. Certo, si può anche suggerire a chi vuole capire qualcosa di leggersi i due libri, ma sembra sempre inopportuno. Laggente sono (giustamente, per carità!) attaccati ai soldi, e quindi se gli suggerisci di cacciarli, ti imputano immediatamente un movente venale (non avendo alcuna idea di quanto si guadagni da un libro). D'altra parte, raccapezzarsi qua dentro non è facile. Io stesso mi stupisco di aver scritto certe cose, io stesso mi chiedo: "ma come avevo fatto a capirlo!?", considerando che ora mi sento piuttosto stanco e smarrito, e capisco solo che la Germania vuole l'atomica e che bisogna comunque prepararsi al peggio...

Mentre giravo per la chiesa, una chiesa sempre chiusa, di antichissima origine, ma praticamente ignota ai turisti, incontravo, così, buttato in un angolo, il noto blogger del primo secolo:


(e pensavo: a Giessen questo lo metterebbero - forse - in un museo), anche in versione anonima:


(chissà chi l'ha cancellato...).

Roberta aveva altro a cui pensare:


Accordava, accanto alla sua maestra (che era stata mia compagna di conservatorio, quando veniva nella classe di basso continuo ad aiutarci per i saggi), ed era sufficientemente concentrata da ignorare la ricchezza di ornamentazione:


e di memorie:


che in quel luogo si erano stratificate lungo più di dodici secoli, fino al neoclassicismo (quello artistico - di quello economico parliamo dopo) compreso:




passando per il Rinascimento:


e, naturalmente, per la Controriforma:


(l'animo di Paolo si esaltava nel riconoscere un santo della sua terra...).

Poi siamo andati a cena in un ristorante oleograficamente romano (dove però - notate la congiunzione - si mangia bene), tappezzato da foto della dolce vita, delle quali una mi ha colpito:


Gervaso ignoro cosa abbia mai fatto: non l'ho incontrato. Dell'altro ho la stima che ho di Einaudi, ma mi piace qui segnalare un simpatico paradosso. La sua frase "Conosco molti furfanti che fanno i moralisti, ma non conosco nessun moralista che non sia un furfante" credo possa essere sottoscritta da chiunque. Fatto sta che chi la pronunciò è diventato il padre nobile di quanti in Italia hanno trasformato il moralismo in categoria politica sostenendo il frame liberista della crisi da debito pubblico.

E chi è più moralista dei liberisti?

Lo studio della produttività, al quale mi sto dedicando di nuovo dopo una parentesi, riprendendo un percorso iniziato il primo maggio del 2013, è un ottimo terreno di analisi. Mi pare che esso offra una messe di esempi su cosa sia il moralismo: è, sostanzialmente, applicare giudizi di valore diversi a fattispecie uguali. Il moralismo è sempre asimmetrico, anche perché nasce come espressione di rapporti di forza, non di tensione etica: è lo strumento col quale l'oppressore vuole fiaccare il morale dell'oppresso.

Ma veniamo alla tecnica, che a voi interessa così tanto e a me così poco.

Le spiegazioni neoclassiche della relazione fra tasso di cambio e produttività si basano su una simpatica logica darwinista (nel senso becero del termine): il risultato aggregato migliora (e quindi il paese diventa più progredito, ricco e competitivo) se gli inetti a vivere vengono tolti di mezzo. Naturalmente l'apertura dei mercati alla concorrenza internazionale è uno degli strumenti più efficaci a questo scopo. Il modello più citato in questa letteratura è quello di Melitz e Ottaviano (2008), che considera imprese eterogenee, dotate di diversi livelli di produttività. La sintesi sulle relazioni fra apertura al commercio e produttività è a p. 307:


Il commercio incrementa la produttività aggregata costringendo le imprese meno produttive a uscire dal mercato. Che poi significa chiudere. Ovviamente nel paper c'è molto di più, ma non mi sembra di averci trovato un suggerimento su cosa far fare agli imprenditori che chiudono (e ai loro operai): alla fine, se il loro sacrificio contribuisce ad alzare il voto in pagella al paese, magari sarà il caso di manifestar loro un po' di solidarietà! Ma queste considerazioni eccederebbero gli scopi del lavoro, che è un lavoro di economia, più che di politica economica.

Mi interessa sottolineare l'atteggiamento mentale: salta chi può!

Ora, figuratevi se io sono contrario! Sapete bene che questa è esattamente la mia filosofia. Infatti, io salto, perché io può (e altri molto meno; p.s.: oggi siamo 2990-esimi).

Tuttavia, se le cose stessero solo così, allora noi, con l'entrata nell'euro, che ci ha alzato l'asticella della competitività di prezzo infliggendoci una valuta sopravvalutata in termini reali, saremmo dovuti diventare più competitivi, giusto?

Ma le cose, come sapete, sono andate in modo diverso.

Una spiegazione la troviamo in questo studio, altrettanto interessante, di Tomlin e Fung (2010), del quale qui trovate la versione working paper. I due autori chiariscono che le cose sono un po' più complicate di così: non c'è solo la giusta punizione degli inetti, che il Mercato scaccia dal suo paradiso con la spada di fuoco del fallimento. C'è anche la tecnologia, che ha le sue caratteristiche. Guardate un po' come la mettono loro:

Un apprezzamento persistente del tasso di cambio reale, se da un lato "forces from the market" gli "smaller less productive plants" (l'igiene del mercato!), dall'altro, però, riduce la scala alla quale operano le imprese più grandi, che vendono di meno (a causa dello svantaggio competitivo), il che, in presenza di economie di scala, le rende meno produttive. Il risultato complessivo non si sa quale sia, perché il lavoro utilizza micro-dati. Ma una cosa è chiara: ci sono anche liberisti che Adam Smith, se non lo hanno letto (è molto difficile che ciò accada oggi, poiché Smith non è "alla frontiera della ricerca"), per lo meno lo riscrivono:


Si sa almeno dai suoi tempi, come ricordava anche Sylos Labini nel 1983, che l'innovazione (per Smith: la divisione del lavoro), e quindi la produttività, dipendono dalla scala del mercato. Un cambio sopravvalutato deprime la produttività perché impedisce alle imprese esportatrici di sfruttare le proprie economie di scala.

Questa spiegazione combacia meglio con quanto vediamo nei dati (qui due disegnini banali dal mio ultimo lavoro con Christian):


Dove il cambio va su, la produttività va giù, e non ci sono santi: i dati questo dicono, e, come vi ho appena mostrato, lo dicono anche i modelli di quelli "bravi" (cioè degli economisti liberisti, se vivono in un paese relativamente libero).

Ho assolutamente fiducia nel fatto che un domani i nostri colleghi bravi verranno a dire a noi che il tasso di cambio reale conta! Non dovrebbe costargli molto, visto che il modello per "microfondare" questa banale verità (cioè per dire una cosa semplice in modo abbastanza complicato da sentirsi intelligenti) già lo hanno a disposizione (come forse loro non sanno, perché quando sei sulla frontiera guardarsi indietro è pericoloso)!

(...apro e chiudo una parentesi per segnalare che sì, in effetti voi, dopo cinque anni di miei sforzi, se vi siete applicati un minimo ne sapete molto di più di tanti miei colleghi - e anche molto meno di altri! Tuttavia, questa non è una buona ragione per interromperli...)

Ora, so far so good. Si può sempre argomentare che i dati non forniscono un messaggio univoco, e che further empirical research is needed per verificare se il selection effect (la strage degli inetti) prevalga sullo scale effect (la compressione dei bravi). Ma questo mi interessa poco. Quello che mi interessa evidenziare è il moralismo del mainstream. Vedete: prendiamo per buono il fatto che si debba alzare l'asticella per migliorare. Prendiamo per buono che chi debba alzare l'asticella e di quanto non sia un problema politico ma tecnico, o sia un problema politico e quindi non interessi i tecnici bravi. Prendiamo per buona questa logica.

Io, ripeto, la prendo per buona perché so di potermela permettere a vari livelli e in diversi campi (divertitevi leggendo questo post... erano altri tempi, o questa recensione, fatta da un tedesco, cioè da uno bravo)!

Quello che sento di non potermi permettere (e che nessuno, in ambito scientifico, dovrebbe permettersi) è utilizzare logiche diverse a seconda della convenienza politica.

Mi spiego. Quella dell'accesso al mercato estero, del livello al quale fissare il prezzo in valuta nazionale (livello tanto più basso quanto più alta è l'asticella del cambio), non è mica l'unica asticella che l'imprenditore si trova davanti!

Quella di cui parliamo, in definitiva, è l'asticella del costo del lavoro. Se il cambio è "alto" per il paese, il costo del lavoro per unità di prodotto deve essere "basso" per l'impresa, o all'estero non si vende. Il costo del lavoro per unità di prodotto diminuisce o se lo stesso operaio produce di più, o se lo paghi di meno, e sapete benissimo quale dei due obiettivi sia più facile da raggiungere nel breve periodo (vedi alla voce "jobs act").

Ma poi c'è anche l'asticella del costo del capitale!

Applicando il ragionamento che applicano ai cambi (e più in generale ai benefici dell'apertura internazionale), i nostri amici liberisti dovrebbero dirci che siccome un tasso di interesse alto "forza fuori dal mercato" le imprese che non sono in grado di assicurare una profittabilità sufficiente al capitale investito (se i tuoi profitti sono il 2% del capitale, non puoi pagare un prestito che ti costa il 4%), allora tassi alti assicurano un incremento della produttività attraverso l'effetto selezione (la famosa spada di fuoco che stermina gli inetti). Certo, forse anche in questo caso, si può argomentare, esiste un effetto di scala: se i tassi sono alti, i consumatori non possono indebitarsi per comprare i beni prodotti. Ma su questo si tenderebbe a sorvolare, perché di guadagnare, come sapete, nel simpatico mondo dei liberisti non se ne parla, o comunque se ne parla malvolentieri...

Ora, capita che i tassi bassi li abbia portati l'euro, e che essi siano stati sbandierati come un grande vantaggio dai guitti economicamente illetterati che hanno attribuito alla finanza pubblica una crisi di finanza privata (cosa sbagliata, come ammette anche il prof. Guerrieri nel post precedente). Quindi i liberisti, per motivi puramente politici, non possono essere coerenti. Se applicassero la logica dell'asticella anche al tasso di interesse (cioè al costo del capitale), come la applicano al tasso di cambio (cioè, di riflesso, al costo del lavoro), sarebbero costretti a dire che l'euro, abbassando il costo del denaro, ha allentato il vincolo di bilancio delle aziende, e in questo modo ha abbassato la produttività media, permettendo a imprese non efficienti di stare sul mercato "a buffo" (i romani spiegheranno...).

Ora, intendiamoci: non è che la disonestà intellettuale sia una condizione necessaria: è solo sufficiente. Insomma: se tutti i moralisti che conosco sono liberisti, ci sono però anche liberisti che moralisti non lo sono, ovvero (in questo caso), che applicano anche al tasso di interesse il ragionamento che i loro colleghi "bravi" applicano al tasso di cambio. Forse non ve ne ricorderete, ma ne abbiamo già parlato, occupandoci del "dividendo dell'euro" in risposta al Biretta (uno dei tanti studenti che tornano qui a trovarmi, come il Pantegana...).

Quindi?

Quindi si arriva sempre alla solita conclusione, quella dalla quale sono partito, suscitando strali, accuse di essere divisivo, accuse di narcisismo (è un difetto?), e via dicendo: chi difende l'euro o è ignorante, o è in malafede. Fino a qui la cosa non ci interessa (cosa che continuate a non capire: anche se forse non la capiscono solo gli ultimi arrivati). Il vero, oggettivo, problema è che chi difende l'euro è anche sicuramente incoerente, e questo ci interessa per il duplice motivo che è dimostrabile (a differenza dello stato psicologico di una persona, la coerenza logica del suo ragionamento è verificabile) e che è inammissibile in ambito scientifico (contribuendo quindi a screditare la scienza economica e in questo modo la stessa possibilità di articolare un ragionamento basato sui fatti: basta vedere cosa hanno imbastito quei quattro cialtroni piddini di Le Monde quando un grafico molto simile al secondo mostrato qua sopra è stato portato nel dibattito politico francese...).

Veramente, una simile incoerenza non è inammissibile solo in ambito scientifico.

Moralismo è alzare o abbassare asticelle, e più in generale vederle, a seconda della convenienza politica. Direi di più: moralismo è lo stesso ragionare in termini di asticelle, di ostacoli da frapporre (in base a quale autorità?) all'opera dei propri simili perché questi si dimostrino degni (in base a quale metrica?) di sopravvivere. Non c'è nulla più di questo tipo di ragionamenti che sia in grado di mettere a nudo la violenza, la disumanità intrinseca nel pensiero liberista. Una violenza che non ci possiamo più permettere. Avremmo bisogno di solidarietà, di un nuovo patto sociale. Cosa ci viene offerto da chi ci governa lo vedete, sapete le responsabilità di tutti e il percorso di ciascuno.


E, per oggi, non ho altro da aggiungere...

sabato 17 giugno 2017

Platone fa rima con televisione (i piddini e l'ethos del dialogo)






...quando il dibattito, del quale qui trovate una descrizione commovente per sincerità e ammirevole per equilibrio, è terminato, sono sceso dal palco e mi sono aggrappato alla nostra fotografa di corte con la disperazione del naufrago. Credo che lei e la sua gabbia toracica abbiano capito come faccio a restare calmo: accumulando tensione. Per questo mi sono imposto di non abbandonare la mia carriera musicale.

Dei contenuti del dibattito parlerò, se sarà il caso, in altra sede: se interessa sono qui sopra. Quello che mi stupisce è la facilità con la quale in questo paese si può accedere a cariche elettive professando incompetenza, o impotenza, e in ogni caso disinteresse per le sorti del paese. La balla del "non si può uscire perché i Trattati non lo consentono", se permettete, è più enorme (e anche più rivelatrice) di quella sui famosi costi dell'uscita, che a un certo punto il mio gentile interlocutore ha quantificato (ve ne siete accorti?).

Più enorme e rivelatrice perché se vai a fare politica (e non te l'ha chiesto il medico) trovo strano che tu non conosca la convenzione di Vienna sul diritto dei trattati internazionali (nel caso, la trovi a questo link, dove l'articolo 56 chiarisce che quello sollevato nel dibattito è un "non problema", e i miei lettori sanno che questo è ammesso - a denti stretti - anche da un working paper della Bce). Tuttavia, trovo ancora più strano, e, per dirla tutta, sospetto, che un politico (che in linea di principio dovrebbe, come qualsiasi professionista, dal ciabattino al fisico nucleare, esaltare i meriti della propria professione) non riconosca come un trattato sia in ogni caso il frutto di una mediazione politica, sia fatto dalla politica che se vuole può disfarlo: non è un act of God, una causa di forza maggiore naturale, uno tsunami al cui potenziale distruttivo gli uomini (politici compresi) debbano piegare il capo, salvo poi, passata l'onda, scavare fra le macerie alla ricerca di una Laltra Leuropa!

Questo porta in primo piano la domanda dalla quale sono partito nel mio primo intervento e alla quale il professor Guerrieri non ha risposto, perché la risposta non la sa o non vuole darla: perché mai le élite dei paesi periferici sarebbero così bramose di entrare in un sistema che le impastoia in regole assurde? La risposta breve la sapete: per odio antropologico verso il proprio popolo, cui si vergognano di appartenere, e per avere una comoda sponda da utilizzare allo scopo di alterare la distribuzione del reddito a vantaggio del capitale.

Ma questa, per voi che avete letto i miei libri o il blog di Luciano Barra Caracciolo, è accademia: cose sapute e risapute, attestate nella letteratura scientifica, e che possiamo anche evitare di continuare a ripeterci fra noi. Noi le sappiamo, ed è interessante mettere a verbale che gli altri le ignorano.

Sed de hoc satis.

L'osservazione che vorrei brevemente sviluppare qui con voi parte invece da questa frase di Marina, che è un'artista con l'apostrofo ed in tale qualità è dotata di uno sguardo interprete e ordinatore della realtà: la frase in cui precisa come il piddino ostenti "l’amor del dialogo per se stesso come segno distintivo di superiore urbanitas, civiltà, educazione e afflato democratico".

Ecco: vogliamo parlarne del dialogo?

Io non credo nel dialogo.

Non credo che dal dialogo emergano verità.

Più esattamente, non credo che dal dialogo possano mai emergere verità scientifiche: possono (e devono) emergere mediazioni politiche,  ma l'uso del dialogo come strumento di accertamento di una ipotetica verità scientifica mi lascia sempre molto freddo, anche perché nella prassi quotidiana si constata che chi lo propugna generalmente non lo fa per scoprire una verità "terza", ma per affermare un proprio pregiudizio ideologico (proposto come verità tecnica ideologicamente neutra, o come fatto naturale). Il culmine di questa perversione metodologica si raggiunge nella retorica grillina dell'"ascolto tutte le campane e poi ggiudico con la mia testa" (che generalmente è piena solo del rimbombo delle summenzionate campane: e se l'eco persiste, un motivo c'è...).

Ve lo dico con la frase che ho lasciato sul libro degli organizzatori del dibattito: persone serie, competenti e simpatiche, che è stato un piacere conoscere, e che spero accolgano la mia provocazione di invitare nuovamente me e il prof. Guerrieri quando Macron si sarà schiantato (peraltro, Pordenone è una città che vale la pena di visitare, sotto ogni profilo: questo per la cronaca). Mi sono sentito un po' in colpa nel farlo temendo di poter essere mal interpretato (però: male non fare, paura non avere, e non era un atto di ostilità nei loro confronti, tutt'altro!), ma non ho resistito alla tentazione di scrivere quello che penso: a memoria, una cosa del tipo "forse non ve ne sarete accorti, ma non credo nel dialogo: un dibattito sull'euro oggi non ha molto più senso in termini scientifici di quanto possa averne un dibattito sul sistema geocentrico. Tuttavia, così come da musicista mi viene talora richiesto di dare senso a una partitura che non ne ha molto, da economista ho cercato di dare un senso a un dibattito che non ne ha alcuno, e vi sono grato di questa opportunità. Ma la scienza è un'altra cosa...".

Attenzione: la scienza non è tutto, e il valore politico del dibattito che si è svolto è rilevante come potete constatare de visu. Quindi la mia affermazione secondo cui un dibattito simile non avrebbe senso va letta nella sua interezza: "non ha senso in termini scientifici" (e qui lo sapete tutti), il che ovviamente non implica che l'evento nel suo complesso non avesse senso (altrimenti avrei declinato)!

Tuttavia, quando il dibattito verte intorno al tema se sia più duro il diamante o il talco, o se sia più recessivo il cambio fisso o quello flessibile, esso diventa, come dice Marina, fine a se stesso (tanto più se l'interlocutore elude tutte le domande politiche!).

Ora, se da un lato mi è perfettamente chiaro il motivo per cui i vertici piddini (ripeto: anche in salsa ortottera) vogliano promuovere il dialogo come strumento per avviluppare la loro base in una futile rete di argomentazioni capziose e contraddittorie, dall'altro, con tutta la mia sfiducia nell'umanità, mi resta un po' difficile capire come mai la base ci caschi! In fondo, i piddini son gente di cultura...

Credo che questa singolare cecità abbia radici antropologiche profonde. Proviamo a individuarle nella storia del pensiero occidentale, una storia le cui radici affondano in quel paese che quattro usurai cialtroni e fascisti hanno distrutto e del quale stanno vilipendendo il cadavere (atto che apporrà il suggello dell'infamia sul progetto che ne è stata causa e ne è copertura).

Come ricorderete, in questo blog abbiamo definito (antropologicamente) piddino la persona che sa di sapere, cioè il seguace, spesso inconsapevole, di un filosofo contemporaneo di Socrate, ma molto meno conosciuto: Etarcos, il quale, appunto, sapeva di sapere. L'esatto contrario del suo più famoso confratello, passato alla storia per aver affermato quanto sapete (o sapete di sapere) in un passo che vi esorto a rileggere perché calza perfettamente con il tema del quale ci stiamo occupando. Gli esempi si sprecano: Guerrieri sa di sapere che non esiste un articolo 56 della Convenzione di Vienna a disciplinare il recesso da trattati internazionali che non contengano clausole esplicite in tal senso; Cirino Pomicino sa di sapere che il problema dell'euro è il modo in cui è stato fissato il cambio irrevocabile (irrevocabile una sega, ma questo è un altro discorso); Giampaolo Galli sa di sapere che la svalutazione sarebbe del 30% (cioè non ha letto nemmeno un articolo scientifico in merito); e via dicendo...

Questo elenco, che non può ne vuole essere esaustivo, mostra però una caratteristica che ritroveremmo su un campione più ampio: la piddinitas, nonostante abbia un addensamento statisticamente significativo fra le persone che sostengono l'attuale Partito Democratico, travalica i confini di questo spartiacque politico, a destra, come a sinistra (Paolo Ferrero sa di sapere che la moneta non è un'istituzione che influenza la distribuzione del reddito, dopo di che, distrutto il proprio partito, se ne va amunt prima che altri lo mandino altrove, ecc.).

Ora, dovremmo interrogarci qui non tanto su cosa sappiamo di Etarcos (quel poco che c'è da sapere ve lo dissi io cinque anni fa), ma su cosa sappiamo di Socrate. Che opere ci ha lasciato?

Nessuna.

Questo ci crea un piccolo problema (e prima che a noi lo ha creato ad altri): noi abbiamo imparato che la verità dell'uomo è nelle sue opere, nei suoi scritti, anche quando nessuno li legge, anche quando molti si limitano a guardarli come una mucca guarda un cartello stradale, o un intellettuale della Magna Grecia guarda un bestseller.

Dobbiamo quindi convivere con l'infelice condizione di considerare maestro del nostro pensiero un personaggio del quale in effetti non sappiamo nulla, o quasi.

Perché qualcosa sappiamo.

E cosa?

Quello che ci viene trasmesso dai dialoghi di Platone (e dal monologo citato sopra, scritto sempre da Platone). Ecco: qualora vi foste letti Diogene Laerzio, come io feci in classe di Giannantoni, sapreste che è con Platone che il dialogo irrompe sulla scena, e lo fa, oggettivamente, in un contesto culturale nel quale erano egemoni i sofisti, i maestri della retorica, cioè dell'arte della persuasione (politica), un'arte che poi mi son ritrovato a studiare nelle sue estreme propaggini (la retorica musicale barocca, un mondo affascinante, ma che ora ci porterebbe troppo lontano).

Il dialogo quindi geneticamente, in re ipsa, si presenta come strumento di persuasione, non di verità. Ma anche volendo ignorare questo contesto culturale, e il contesto economico, quindi politico, quindi storico che lo determinava, basta aprirlo, un dialogo di Platone, per capire che roba è: un luogo gestito da una persona (Platone) con molte idee forti (non a caso passato alla storia per averle oggettivate collocandole in un mondo a parte), in cui il padrone di casa mette in bocca a uno o più sparring partner domande delle quali ha preconfezionato le risposte che è lucidamente determinato ad affermare a qualsiasi costo, compito affidato per lo più al personaggio Socrate, che dà queste risposte facendo finta di fare delle domande (si chiama maieutica). Va da sé che il padrone di casa, che sa bene dove vuole arrivare, per arrivarci dà a chi è incaricato di pronunciare, o estrarre (col forcipe), la risposta "giusta" (Socrate), molto più spazio di quanto ne dia a chi potrebbe dare la risposta "sbagliata".

Alla faccia del dubbio metodologico...

Forse ci avrete fatto caso: se non mancasse la pubblicità, sarebbe esattamente la descrizione di un talk show televisivo: Platone fa rima con televisione. Non è poi così strano che in meno di 25 secoli le forme della comunicazione politica non siano cambiate di molto. Credo che la fascinazione dei piddini per il dialogo dipenda in parte dal loro connaturato soggiacere al principio di autorità. Platone come Stiglitz, insomma (chi ha visto i video capirà...). Le supposte radici classiche di questo simpatico strumento di condizionamento, poi, sono ai loro occhi un ulteriore elemento di pregio: le conosce solo chi ha fatto le scuole alte, e ostentarle è quindi segno di appartenenza agli ottimati, altra cosa cui il piddino anela, perché non sapendo (ma intuendo) di non valere un gran che, deve necessariamente assicurare la coesione del proprio ego puntellandolo con quelli altrui. In ogni caso, non è difficile intuire per quali motivi un genere nato nella cosiddetta democrazia ateniese, e reso universalmente noto da un pensatore politico che per i nostri standard sarebbe un tantinello totalitario, sia tanto apprezzato dai nostri amici piddini. Fra le tante cose che sanno di sapere, primeggia questa: loro sanno di sapere di essere migliori degli altri (nonostante, lo ribadisco, intuiscano di non esserlo: e da questa radicale insicurezza scaturisce la loro petulante aggressività).

Sanno cioè di sapere che Platone li riserverebbe alla classe dei governanti, quelli che hanno l'anima razionale.

E tanto basta.

C'è solo un problema: basta a loro, ma purtroppo non basta a noi.

Amicus Plato, sed magis amica veritas. Quando andavo all'università mi sembrava solo una bella frase: ora che la polis mi coinvolge, comincio a capire cosa significhi. Nel caso non sappiate il latino... bè, diciamo che la traduzione è nei due video in cima a questo post!

Buon divertimento (e si apra la discussione... che non è un dialogo!).

sabato 10 giugno 2017

Pordenone


(Ahi fiera compagnia!)

Sono molto contento di essere stato invitato a Pordenone il 12 alle 20:30 a parlare di euro con un mio ex collega di Dipartimento. Se ci siete passate. Lui è eurista, ma è una persona preparata, che non girerà intorno al nodo della questione. Quale sia questo nodo ormai è chiaro perfino ai lettori del 24 Ore, grazie a Zingales, ed è un nodo tutto tranne che economico.

Se il genere vi piace, ci sarà da divertirsi. Se mi incontrate prima del dibattito, invece di fare le fidanzatine fate finta di non conoscermi. Se mi incontrate dopo il dibattito, ricordatevi la buona educazione o ve la ricorderò io: sono un insegnante, temo sia mio dovere...

It's a dirty job but someone gotta do it. 


(...hint: alla domanda "chi sei?" la risposta non è un balbettante "Pr...Professore, lei non lo sa...". Grazie tante! Se lo sapessi, non te lo chiederei, non ti pare? Allora, chiariamo il punto: io non ho bisogno di fidanzatine, soprattutto se impreziosite da quelli che Catullo chiama pondera e che fanno rima con alcuni astanti. Ho bisogno di soldati. E un soldato, al suo superiore, si presenta. Punto. Se poi non ritenete di riconoscermi questa leadership, io ne sarò ben lieto, che di hobby ne ho tanti. Ma allora non venitemi in mezzo ai piedi, che di tempo ne ho poco! Quindi, ricapitolando: meno balbettii, più nomi e cognomi, e nessuno si farà del male. Ma tanto spiegare queste normali basi del vivere civile è fatica sprecata. E, ora che ci penso, il mio intervento partirà proprio da qui...)